L'Anfora di Baratti
Immagine di riferimento provvisoria: L’Anfora di Baratti. louis-garden · CC BY-SA 3.0 · Wikimedia Commons. Immagine non modificata.

Immaginate di essere nel mare di Baratti.

È il 1968.

Non state cercando un tesoro.

Non state partecipando a uno scavo archeologico.

Eppure, dal fondale, emerge qualcosa.

Un oggetto ricoperto dalle concrezioni marine, difficile perfino da riconoscere.

Quello che il mare sta restituendo dopo secoli si rivelerà uno dei reperti più straordinari conservati oggi a Piombino.

È alta circa 63 centimetri.

È realizzata in argento.

Ed è ricoperta da 132 medaglioni figurati.

Questa è la storia dell’Anfora di Baratti.

E comincia sott’acqua.

Il ritrovamento: Baratti, 1968

L’Anfora venne recuperata nel 1968 nelle acque del Golfo di Baratti, al largo della costa.

Quando fu riportata in superficie non appariva certamente come la vediamo oggi al Museo Archeologico.

Il tempo trascorso in mare aveva lasciato le sue tracce.

Incrostazioni e prodotti di corrosione rendevano difficile comprendere immediatamente la straordinarietà dell’oggetto.

Servirono studio e un delicato lavoro di restauro per riportare alla luce ciò che il mare aveva nascosto.

E lentamente comparvero loro.

Decine e decine di figure.

Divinità.

Personaggi mitologici.

Animali.

Satiri.

Menadi.

Danzatori.

Musicisti.

Un intero universo antico inciso sull’argento.

132 medaglioni

La prima cosa che colpisce quando si osserva l’Anfora è la quantità impressionante di immagini.

La superficie è decorata da 132 medaglioni, disposti in una composizione che avvolge il recipiente.

Non c’è una sola scena.

Ce ne sono decine.

È quasi come osservare un racconto che gira intorno all’oggetto.

Tra le figure riconosciute compaiono divinità e personaggi del mito classico.

Giove. Apollo. Venere. Marte. Atena. Era.

E poi scene e figure legate al mondo di Dioniso.

Satiri.

Menadi.

Danzatori.

Figure femminili.

Musica.

Movimento.

Corpi.

Non è etrusca

Questa è una precisazione fondamentale.

Siamo a Baratti.

Siamo nel territorio dell’antica Populonia.

Quindi è quasi automatico pensare:

Etruschi.

Ma no.

L’Anfora di Baratti non è etrusca.

È un’opera di età romana tardoantica, generalmente datata al IV secolo d.C.

Ed è proprio questo che la rende ancora più interessante.

Perché racconta un territorio che continua ad avere una storia importantissima molti secoli dopo l’epoca d’oro di Populonia etrusca.

LO SAPEVI?

La parola “anfora” può trarre in inganno.

Non stiamo parlando della classica anfora di terracotta che immaginiamo caricata sulle navi romane.

Questo è un oggetto preziosissimo in argento, destinato evidentemente a un contesto di altissimo livello sociale.

Probabilmente aveva una funzione legata al vino e al banchetto, con una dimensione anche rituale e simbolica.

Chi possedeva un oggetto del genere?

Non lo sappiamo.

Ed è forse una delle parti più affascinanti della storia.

Non conosciamo con certezza il proprietario.

Ma un oggetto di questa qualità e di questo valore non apparteneva certo a una persona comune.

Doveva essere stato realizzato per qualcuno di altissimo rango.

Un personaggio facoltoso.

Una famiglia aristocratica.

Qualcuno in grado di commissionare o possedere un’opera d’argento di straordinaria complessità.

E qui le domande cominciano a moltiplicarsi.

Da dove proveniva?

Dove era diretto?

Era trasportato su una nave?

Perché finì nel mare di Baratti?

Come è arrivata sul fondo del mare?

Questa è la domanda che vorremmo tutti risolvere.

La spiegazione più immediata è pensare a un naufragio.

Un oggetto prezioso trasportato via mare.

Una nave.

Un incidente.

Il carico disperso.

Ma il contesto preciso della perdita non è sufficientemente chiaro da permetterci di raccontare con certezza cosa sia accaduto.

Ed è importante dirlo.

Perché l’archeologia è affascinante anche per quello che non sappiamo.

Sappiamo dove l’Anfora è stata trovata.

Possiamo studiarne la datazione, i materiali, le immagini e la tecnica.

Ma il momento esatto in cui quell’oggetto finì sul fondo del mare resta avvolto nel mistero.

E forse è anche questo che la rende irresistibile.

Il mondo pagano che non voleva scomparire

Guardate le immagini sull’Anfora.

Siamo nel IV secolo dopo Cristo.

Il Cristianesimo sta acquisendo un ruolo sempre più importante nell’Impero romano.

Eppure qui troviamo ancora il mondo della mitologia classica in tutta la sua forza.

Divinità.

Miti.

Dioniso.

Satiri.

Menadi.

Musica.

Corpi.

Un immaginario profondamente pagano.

Questo rende l’Anfora una testimonianza straordinaria di un’epoca di passaggio.

Il mondo antico non scompare improvvisamente quando arriva il Cristianesimo.

Le culture si sovrappongono.

Le immagini continuano a circolare.

Le tradizioni resistono.

Le trasformazioni sono lente.

L’Anfora non racconta soltanto 132 immagini.

Racconta un mondo che non era ancora disposto a scomparire.

Le donne dell’Anfora

Tra le immagini compaiono numerose figure femminili.

Dee.

Menadi.

Musiciste.

Danzatrici.

Figure nude o parzialmente nude.

Sono rappresentazioni mitologiche e rituali, non fotografie della vita quotidiana delle donne del IV secolo.

Ma raccontano comunque qualcosa dell’immaginario culturale dell’epoca.

E sono uno dei motivi per cui questo oggetto merita di essere osservato lentamente.

Non cercate di guardarlo tutto insieme.

Avvicinatevi.

Seguite le figure.

Cercate le differenze.

È quasi un racconto per immagini inciso sull’argento.

Dal mare al restauro

Quando un oggetto metallico rimane sott’acqua per secoli, recuperarlo non significa semplicemente pulirlo.

Il restauro dell’Anfora fu un’operazione complessa.

Le concrezioni marine e i fenomeni di corrosione avevano alterato profondamente la superficie.

Fu necessario un lungo lavoro specialistico per recuperare la leggibilità delle decorazioni e garantire la conservazione del manufatto.

Ed è grazie a questo lavoro se oggi possiamo vedere nuovamente quei 132 medaglioni.

Pensate alla trasformazione.

Dal fondale di Baratti.

Al laboratorio di restauro.

Fino a una teca museale.

E oggi dov’è?

Questa è la parte più bella.

Per vedere l’Anfora di Baratti non dovete andare a Firenze.

Non dovete andare a Roma.

Non dovete andare al Louvre.

Dovete andare al Museo Archeologico del Territorio di Populonia, a Piombino.

Ed è esattamente dove dovrebbe essere.

A pochi chilometri dal mare che l’ha custodita per secoli.

Il mio consiglio

Se visitate il Museo Archeologico, non arrivate davanti all’Anfora soltanto per dire:

“Bella.”

Fermatevi.

Pensate al 1968.

Pensate a quell’oggetto che riemerge dal mare.

Pensate alle concrezioni che nascondevano l’argento.

Poi avvicinatevi e cercate le figure.

Giove.

Apollo.

Venere.

I satiri.

Le menadi.

I musicisti.

Provate a immaginare la persona che l’ha commissionata.

La tavola sulla quale potrebbe essere stata utilizzata.

La nave sulla quale potrebbe aver viaggiato.

E soprattutto chiedetevi come sia possibile che un oggetto simile sia rimasto per secoli sotto il mare di Baratti.

Non avrete tutte le risposte.

Ma forse è proprio questo il bello.

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Ci sono reperti che raccontano il luogo in cui sono stati creati.

E poi ce ne sono altri che portano con sé un mistero.

L’Anfora di Baratti è uno di questi.

Non sappiamo esattamente chi l’abbia posseduta.

Non sappiamo con certezza perché sia finita in mare.

Ma sappiamo che il mare di Baratti l’ha custodita per secoli.

Fino a quando, nel 1968, ha deciso di restituircela.

E forse è proprio questo il dettaglio che rende la sua storia ancora più bella.

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